Claudio Frigerio

Autore, voce, chitarra, armonica, tastiera.

Cantù, 20.02.1980

Bob Dylan, Van Morrison, Davide Van de Sfroos, Billy Corgan, Pink Floyd, Lucio Battisti.

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Fin da bambino ho sentito musica. Da ragazzo ho iniziato ad ascoltarla e a suonarla. Ora cerco di fare la mia.

Sono cresciuto negli anni 90, periodo storico in cui la musica era la lingua per urlare, per sfogarsi, per arrabbiarsi con sè e con ali altri, anche senza senso. Rock, grunge e il ritorno dell'acustico. Grandi anni, forse gli ultimi in cui la chitarra suonava solo con un pedale, un cantante cantava senza troppi trucchi e il suono della batteria in 4/4 era ancora una rivoluzione. In cui era ancora un vanto e segno di distinzione uscire il sabato sera con la faccia di Cobain stampata sulla maglietta e un giubbotto di pelle nera era segno di ribellione. 
E' stato impossibile uscire da quella stanza generazionale senza portarsi dietro l'amore per un mistero che è la musica. Ho iniziato a sfiorare i tasti di una tastiera da ragazzino e verso i 15 a casa mi hanno regalato una chitarra senza che sapessi suonarla. E' rimasta a prendere polvere, poi un giorno ci siamo conosciuti e oggi non abbiamo ancora smesso di dirci tutto. 
Le cover non mi sono mai venute così bene, non ho molta pazienza...era una buona scusa per inventarsi qualcosa e mischiare quello che avevo ascoltato...così ho iniziato a scrivere di Bush e di un prete di Vighizzolo...e i fogli scarabocchiati aumentavano...come il tempo ad ascoltare musica e cercare di capire come era fatta...una spece di garzone che sbircia il falegname esperto ma geloso.
Ho studiato per anni dal maestro Stefano Briani, che mi ha insegnato molto e soprattutto mostrato quanto il viaggio nel territorio della musica è talmente vasto che per intraprenderlo è necessario capire che non avrà mai fine.
Rispetto a quegli anni 90 ora la musica è una cosa diversa, si è rifugiata in una riserva indiana. Ma se provi ad entrare in quello spazio ridotto senti ancora lo sciamano che urla e spacca una Strato insaguinata contro un Marshall indifeso che si fidava di lei. E' la musica che suona ancora.
E ora sono qua dopo tanti anni, su di un palco con una band a cantare e suonare quello che è venuto fuori e quello che c'è ancora dentro.
Come un indiano che si passa un dito nero sotto gli occhi e con le trecce sulle spalle viaggia in un vagone della metropolitana e guarda incuriosito un ragazzo che ascolta hip hop digitale proveniente dalla cassa del suo smartphone. 

Buona musica a tutti.

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